Ma voi …. che telefono avete ?

Dice il Piccolo Principe: «se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre comincerò ad essere felice… ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora preparare il cuore»

Che bello avere un appuntamento così importante come quello con persone che hanno già
aperto il loro cuore e la loro mente all’ascolto!
Sembra scontato farlo quando si sente qualcuno che parla.

Ma non è così.
Ascoltare, significa “porre attenzione” a quanto viene detto, e avere un appuntamento con qualcuno che sappiamo che dirà qualcosa proprio per noi, ci predispone ad un diverso tipo di accoglienza: curioso, aperto, interessato!
…e questo rende davvero libero chi parla di esprimersi e chi ascolta di valutare senza pregiudizi.

Partendo proprio da questa considerazione, io mi lascio portare dalla corrente, riflettendo proprio sullo scambio e sul valore o sull’assenza di valore della parola.

La parola è un’epifania! Epifania nel senso di rivelazione e nel senso di abbondanza!
Ogni parola richiude in sé innanzitutto un significato immediato: una macchina è una macchina, nient’altro. Ma soprattutto il fatto che qualcuno parli della macchina e il modo in cui ne parla, rivela un aspetto del pensiero e quindi della persona che parla.

A me, questa considerazione, riempie già il cuore! “Rivelare”…che dono prezioso! Schiudere, scoprire, esternare, mostrare, esporre, manifestare, mettere a nudo qualcosa di sé.
Significa permettere all’altro di conoscerci.
Diventa di per sé un atto di fiducia, un’atto…d’amore.

Eppure…eppure non è abbastanza.
Lasciando perdere quelli che strumentalizzano la parola per scopi specifici, come chi produce pubblicità ingannevole o i politici (che fanno pure loro una sorta di pubblicità ingannevole), restiamo tra noi, noi nella nostra quotidianità, noi in famiglia, noi a scuola, al lavoro, nell’ufficio, alle poste, al bar…

Ecco, a fronte di tanto esporsi, di tanto spogliarsi all’orecchio dell’Altro…ci si trova molto spesso non ricambiati in questo importantissimo atto d’amore, che ci permetterebbe di essere in relazione.

…perchè se è vero che la parola esterna, il corpo stesso parla: parla magari di insicurezza, dichiara un senso di inadeguatezza, manifesta un limite e magari l’incapacità di comprendere certe indicazioni, lascia scivolare fuori un dolore nascosto e il corpo della persona che dovrebbe accogliere, troppo spesso parla di non ascolto, di non attenzione, di dare per scontato, di fraintendimento, di non volontà di capire un po’ di più, di quasi totale assenza di volontà di mettersi nei panni degli altri se non addirittura di impazienza, insofferenza, insensibilità, indifferenza, fino al limite della soddisfazione, della sopraffazione e della prepotenza…

Il corpo parla con la piega del sorriso, il tono della voce, la curva delle spalle…ma in ogni caso, dentro un corpo che agisce nella forma e nel suono, c’è sempre un cuore, a volte aperto al mondo a volte sordo.

Una delle manifestazioni di non vicinanza del cuore che leggo più spesso osservando le persone, è l’assenza di volontà di considerare le cose da una prospettiva diversa dalla propria: eppure sappiamo tutti, per esperienza diretta o per logica, che chi abita al piano terra di un grattacielo non avrà la stessa visuale di chi abita a metà con la finestra sul lato opposto, e tanto meno di chi invece vive all’ultimo piano dello stesso palazzo!

Ma quando si parla con un’altra Persona…si tende quasi sempre a dare per scontato dover avere una prospettiva di visione univoca: tutti dalla stessa altezza, tutti dallo stesso lato del palazzo e tutti con la stessa esperienza acquisita e consolidata.

Facciamo un esempio banale e un po’ ironico: pronuncio la parola “telefono”.
Se fosse ancora viva la mia bisnonna, penserebbe a quello a disco, da appoggio con cornetta e microfono divisi, sapete quella cornetta che si appoggiava all’orecchio e poi a penzoloni sul gancio?, la mia nonna (ma nostalgicamente anch’io) a quello da muro, nero, bello, sempre a disco; io ai grigioni della Sip con tanto di lucchetto al disco numerico messo inutilmente dalla mamma ma anche a quelli di design degli anni ’70, mia figlia forse ai cordless prima dei cellulari, le mie nipotine direttamente allo smartphone…

Ora provate solo ad immaginare se ciascuna di noi iniziasse a decantarne o biasimarne le caratteristiche secondo la propria personale visione ed esperienza di telefono ma, attenzione, senza assolutamente mettere in chiaro a priori quale essa sia.

“Ah, il telefono: è così noioso, ti obbliga a stare fermo per parlare!”

“Ma se io me lo porto dappertutto!”

“Ma non è ingombrante?”
“…e cosa c’entrano le fotografie col telefono, adesso?”
“Quello che mi scoccia è dover essere sempre disponibile e richiamare chi mi ha cercato”
“Ah, uso Whatsapp e rispondo quando voglio”
“Io non so mai se mi hanno cercato o no, al massimo richiameranno…”
“Quello che mi frega è la durata della batteria”

Verrebbe fuori un vero nonsense, una cosa divertente al cinema ma che nella realtà diventerebbe un dialogo colmo di incomprensioni, di visi che esprimono interrogativi o compatimento, opinioni che si negano le une con le altre e voci acute che insisterebbero sulle parole “Impossibile! Ti sbagli”.

Eppure, ci sarebbe un sistema semplice e immediato: ascoltando davvero ci si renderebbe conto che nella comunicazione c’è un intoppo.
A quel punto sarebbe anche semplice fermare la conversazione e confrontarsi per capire cosa rappresenti il telefono per ciascuna delle interessate.
E potrebbe emergere una quantità di mondi sommersi del tutto nuovi collegati a ciascun telefono, mondi nuovi nei quali immergersi, nei quali espandere il proprio immaginario, dai quali attingere per arricchire la propria Vita e il proprio modo di approcciare la realtà…e gli altri!

Invece questo succede raramente: siamo così aggrappati e identificati al nostro personale concetto di telefono che le azioni e le parole degli altri ci sembrano sempre sbagliate, incomprensibili, spesso irrispettose se non addirittura malevole nei nostri confronti.
Ci sentiamo mancare di rispetto, ci sentiamo maltrattati, ci sentiamo aggrediti…reagendo ovviamente secondo lo stato d’animo che si prova: può succedere così che una persona semplicemente miope appaia altezzosa perché non saluta mai per prima, attirandosi che so?, l’antipatia dei colleghi, o che qualcuno che ha i tappeti in casa si risenta se l’ospite di turno non si toglie le scarpe solamente perché non ha la necessità di farlo a casa propria..
Questo accade quasi sempre perché non ci passa neanche per la testa che le Persone, in base all’educazione ricevuta, alla provenienza culturale, al Credo, alle diverse esperienze vissute, possano comportarsi o esprimersi con modi o concetti diversi da quelli che ci aspettiamo, proprio coerentemente all’educazione ricevuta, alla provenienza culturale, al Credo, alle diverse esperienze vissute, e non certo per offenderci.
E le aspettative cui ho accennato sono comunque nostre e soggettive, sempre legate alla posizione del nostro appartamento in quel famoso grattacielo…

Pensate se in tutti questi casi si ponesse l’attenzione non tanto sul sentirci violati -ribadisco “sentirci” violati, ossia NOI che ci SENTIAMO violati – ma sull’Altro, per ascoltare fino in fondo le sue parole e coglierne davvero le intenzioni o le eventuali motivazioni, per osservare le volontà o non volontà di fare una certa cosa, per chiedere apertamente le cose che non comprendiamo e i perché, disposti ad accogliere anche risposte diverse da quelle che ci aspettiamo e a stupirci del nuovo punto di vista, agendo di conseguenza.

Perché in fondo, è abbastanza ovvio e scontato che, se incomprensioni si sommano a incomprensioni, si arriva all’insofferenza, al risentimento, al conflitto…

Leggo su “Pace e solidarietà globale”, edizioni Esperia: “L’idea che siamo in conflitto” può essere reinterpretata in questo modo: “condividiamo un problema”.

Trovo davvero illuminante questo concetto: “condividere un problema”.
La prima cosa che mi colpisce è il concetto di unità, che appare come un paradosso laddove si è in conflitto. Eppure, anche il conflitto è tale se sostenuto da più parti, ma non ci si pensa.
Inoltre, se lo si definisce “problema”, trovare una soluzione è una condizione implicita.

E qual è il modo più immediato per risolvere un problema condiviso, se non parlarne?

Ecco che a quel punto, la Parola tornerebbe ad essere un atto d’Amore: scoprirsi per scoprire. Per incontrarsi… Non è così che si fa anche l’amore?

 

Buon ascolto cliccando qui

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